La piazza nel cinema italiano

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La piazza, punto di ritrovo e di passaggio, punto di incontro e di scontro, ha da sempre fornito lo scenario ideale per raccontare delle storie, sarà forse per gli spazi che offre, forse per le atmosfere che riesce a creare e ricreare, tuttavia è un dato di fatto che questo spazio rappresenta per il cinema un ambiente che ricorre spesso e volentieri. 

Per parlare quindi della piazza nel cinema italiano bisognerà tener conto che è necessario stabilire un percorso, una via che non potrà essere esaustiva, almeno in questo contesto, ma che tenterà di mettere in evidenza, ripercorrendo e rimescolando tra loro varie immagini, alcune delle sue caratteristiche fondamentali.

La prima cosa da notare è quindi il fatto che la piazza diventa un palcoscenico, non c’è nulla da costruire, lì si svolge la vita, lì le persone interagiscono nella maniera più semplice e diretta. In questo caso la piazza accoglie, silenziosa, i segreti e le parole dei passanti, a dir la verità è come se un intero borgo cittadino facesse capo a questo spazio, più o meno grande, che sembra un vero e proprio contenitore, come se tutto e tutti vi facessero parte, come se la piazza stessa esercitasse una sorta di inconsapevole ed inspiegabile attrazione. Come non ricordare quindi la piazza di Rimini, quella piazza che più volte compare tra i ricordi e le nostalgie di Federico Fellini, si pensi proprio ad Amarcord, film in cui la piazza ben delinea questa sua valenza di contenitore. Ovviamente si tratta qui di un contenitore che, pur rimanendo lo stesso, cambia continuamente forma e valenza, divenendo talvolta un ricordo storico, memoria del fascismo che vide nelle piazze italiane un punto fondamentale per la propria propaganda, talaltra diviene invece espressione di realtà molteplici. La piazza è forse il luogo di aggregazione per eccellenza e, come spesso avviene, la presenza di un gruppo rende più facile il superamento di alcune inibizioni, ripensando sempre ad Amarcord viene subito in mente l’immagine di Gradisca, donna avvenente che sfila in piazza, consapevole di esser guardata. La piazza può essere considerata anche un luogo per chi ama esibirsi, chi ama mostrarsi sa che lì potrà trovare qualcuno che, volente o nolente, noterà il suo passaggio, come ad esempio il motociclista esibizionista che attraversa la città a gran velocità. Chi frequenta la piazza, spesso definita a ragione il cuore della città, può star certo di conoscere il luogo in cui vive, su questo palcoscenico passano non solo le notizie più evidenti ed importanti ma anche le cosiddette voci di piazza, i fatti vengono ingigantiti, come l’enorme e improbabile nevicata che si abbatté su Rimini. Talvolta storie di accadimenti mai avvenuti nascono proprio in piazza, basta una mezza parola per scatenare in alcuni passanti l’incontrollata voglia di sapere quel che successo o, ancor meglio, quel che potrebbe essere successo, non di rado una notizia fasulla si troverà a fare il giro della città in men che non si dica: la piazza stessa è il luogo privilegiato del pettegolezzo, che in piazza si mostra, si nasconde, si inventa e si racconta. Ovviamente quel che si osserva in piazza, luogo pubblico aperto a tutti, viene poi portato, con le dovute modifiche e gli eventuali aggiustamenti, nel privato, nelle proprie case che, in un certo senso, diventano un prolungamento della piazza stessa. Ovviamente parlando di Fellini bisogna tener presente di quella particolare atmosfera onirica che egli sapeva trasmettere, trasformando persino la materialità della piazza in qualcosa di indeterminato che, in verità, può essere ovunque e in nessun luogo. Se in molti luoghi, inoltre, ci si trova inevitabilmente a notare quali e quante siano le distinzioni sociali, nella piazza ogni discriminazione viene meno, ci troviamo in un luogo attraversato da tutti, giovani e meno giovani, ricchi e meno ricchi. Tenendo conto delle ultime due affermazioni, potremmo prendere ad esempio una scena di Amarcord che le accomuna rendendole ancor più chiare: il riferimento è al passaggio del transatlantico Rex. Tutti, senza esclusione di alcuna classe sociale, accorrono ad attendere il passaggio di questa nave gigantesca, in realtà non si fermano in piazza ma, a ben vedere, creano una vera e propria piazza immaginaria in mezzo al mare, in una scena surreale che presenta una caratteristica tipica di ogni piazza che si rispetti, ovvero il desiderio di condividere delle esperienze comuni. Da un lato la piazza è il luogo in cui avviene il giudizio del popolo, dall'altro rappresenta, come si è visto, l’unità e nello stesso tempo la disgregazione del gruppo, una specie di coro con qualche voce che a volte ne sta al di fuori, un coro simile a quello che vediamo nella scena finale di 8 ½ , laddove viene creata una vera e propria piazza umana, nel senso che tutti i personaggi del film vengono coinvolti in un girotondo e si tengono per mano. L’idea della piazza viene qui disegnata letteralmente da tutti i personaggi, il film termina proprio con quest’immagine corale, metafora della vita stessa, del fatto che l’uomo si trova sulla terra, su questa grande piazza, palcoscenico del mondo. In tal caso ritorna non solo la sensazione di una festa popolare, di uno spettacolo circense, ma anche quella particolare atmosfera ludica che abbatte il confine tra realtà e immaginazione. Quest’idea ludica si accompagna spesso al forte senso di libertà, come ogni piazza che si rispetti anche la piazza di Rimini ospita, nell’Amarcord felliniano, i festeggiamenti per il capodanno, laddove i personaggi si lasciano andare spezzando ogni restrizione. Su Fellini e le piazze presenti nei suoi film si potrebbe parlare ancora a lungo, si pensi al film Il bidone, in cui assumono un ruolo significativo sia Piazza di Spagna che Piazza del Popolo e,  ovviamente, non si può tacere La Dolce Vita e la famosa scena del bagno di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nella Fontana di Trevi, scena in cui la piazza si trasforma in una spettatrice silenziosa e ciò che è pubblico sembra trasformarsi in privato: in quella scena il silenzio che arriva improvvisamente trasforma la piazza in una complice discreta dei due protagonisti. Se finora ci si è soffermati su Fellini è proprio perché la concezione di piazza che viene fuori dalle immagini dei suoi film è forse una delle più complete, dove la già accennata dimensione corale raggiunge livelli sublimi, dove un piccolo particolare, magari apparentemente insignificante, contribuirà a dare un quadro tratteggiato coi colori della magia. Per capire meglio ciò che si vuol dire vorrei qui ricordare il film Paisà, di Roberto Rossellini, film al quale collaborava anche il giovane Fellini. Durante le riprese quest’ultimo dovette sostituire il regista malato e, proprio in quella scena a lui affidata, si capisce la presenza del suo tocco: un uomo e una donna attraversano l’Arno, giungono agli Uffizi e da lì, guardando verso il basso, si vede un motociclista che si stacca da un gruppo di tedeschi per poi attraversare una piazza e tutto ciò che essa “contiene”. Questo motociclista va ovviamente oltre la pura realtà, supera il mero realismo per porsi di fronte ad un’interpretazione più vera della realtà stessa, vista come un ricordo continuo di se stessi e della propria vita, in tal caso filtrata proprio da una piazza.

Altra caratteristica della piazza è quella di adattarsi a vari generi cinematografici, la si può quindi trovare a fare da spalla a grandi attori comici, come Totò e Nino Taranto in Totòtruffa 62, laddove i personaggi da loro interpretati riescono a vendere, ad un malcapitato turista americano, proprio la Fontana di Trevi, che viene presentata come complice silenziosa sullo sfondo di una classica truffa. Avendo citato Totò dobbiamo subito ricordare una delle scene più famose del suo cinema, ovvero quella in cui Totò e Peppino de Filippo giungono a Milano e arrivano a Piazza Duomo. In questa scena, una delle più riuscite di Totò, Peppino e la malafemmina, la piazza è troppo grande per loro che vengono da un paesino del sud dell’Italia, si sentono spaesati, dispersi, hanno la necessità di tenersi per mano come se fossero in un luogo nemico. La piazza, affinché incarni il ruolo di salotto cittadino, deve essere sentita come propria, in questo caso piazza Duomo è troppo dispersiva per i due protagonisti che, nella loro mente, hanno l’idea di una piazza a misura d’uomo, una piazza dalla quale, prima o poi, nel corso della giornata, tutti gli abitanti dovranno passare.

La piazza osserva e spesso racconta le storie più varie, non si può dimenticare un film di Pietro Germi, Sedotta e abbandonata, laddove la piazza fa da sfondo, con malinconica ironia, al tentativo di difendere l’onore di una ragazza siciliana, conquistata e poi rifiutata dal fidanzato della sorella. Questo film rappresenta un significativo punto d’incontro tra il neorealismo e la commedia, la vena drammatica talvolta viene stemperata in una sottile comicità, il tutto grazie anche alla presenza della piazza che, in questo caso, sembra ospitare in maniera imparziale i personaggi e i loro drammi, assumendo i panni di un’inconsapevole ed inerme contenitore culturale. Indimenticabile la scena del finto rapimento della ragazza e della classica fujtina, ovviamente avvenuto in piazza, sotto gli occhi di tutti. Ad interpretare la giovane sedotta e abbandonata è qui Stefania Sandrelli, tuttavia la scena della sua camminata verso la piazza ha ispirato un film più recente, ovvero Malena di Giuseppe Tornatore. Le due scene sono simili, gli sguardi della gente e la camminata verso la piazza che, anche in questo caso, rappresenta un luogo che può permettere di perdere e di riconquistare onore e dignità.

Bisognerà tuttavia notare che, se da un lato la piazza è protagonista e rappresentante indiscussa della vita di una comunità, dall'altro nell'immediato dopoguerra viene sempre meno mostrata, viene nascosta e confusa con le strade della città. La piazza rappresentava anche la speranza, lo spazio centrale in cui le speranze nascevano e venivano stimolate, in quel periodo le speranze erano poche, erano più timide, per questo la piazza sembra essere quasi inesistente. Si tratta tuttavia di una falsa assenza, il concetto di piazza resiste ed è ancora forte, solo non lo si vuole mostrare nel suo luogo classico, forse non se ne sente più il bisogno, come se il luogo concreto della piazza, durante la guerra, avesse deluso le aspettative degli abitanti. Ora ogni luogo è buono per fare piazza, per ricreare le sue atmosfere, pur senza mostrare i luoghi ampi a cui essa comunemente è legata e ai quali ognuno di noi è abituato. In altre parole la piazza ha perso la sua consueta centralità per conquistarne una forse ancor maggiore, proprio perché ora essa vive dentro i protagonisti stessi, è quindi sufficiente un vicolo, un balcone, una finestra per ricreare le atmosfere e le caratteristiche stesse della piazza. Qualche valido esempio di quanto appena affermato lo ritroviamo ne La terra trema (1948) di Luchino Visconti, dove un porticciolo pieno di barche sembra ricreare la piazza stessa, oppure Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis, in cui Vittorio Gassmann e Silvana Mangano, con il loro memorabile ballo, incarnano essi stessi la centralità della piazza, il tutto accentuato dalla folla che gli si appressa attorno. Di Fellini già si è parlato, tuttavia credo sia utile riproporre in questo caso un altro titolo significativo, La strada (1954). Il titolo stavolta non lascia dubbi, la strada è al centro delle immagini e dei significati, tuttavia anche in questo caso la piazza non è mai assente: gli spettacoli di Zampanò avvengono nelle piazze, sono forse quelli gli unici momenti di respiro, di un pizzico di libertà per Gelsomina, senza dimenticare la scena in cui il Matto, sotto gli occhi increduli ed ammirati di una piazza ricolma di gente, cammina letteralmente sopra la piazza. Lì è il filo della corda tesa di un equilibrista a diventare piazza, una piazza costruita sopra la piazza stessa, la centralità viene catturata ed attirata simbolicamente verso l’altro, lontano dalla folla, nella libertà di un precario equilibrio. Anche in questo caso di sparizione fisica della piazza i vari generi sono accomunati, si può qui riproporre un’altra commedia che vede come protagonista Totò, si tratta de Gli onorevoli (1963), film in cui la finestra da cui Totò ripete spasmodicamente “Vota Antonio, vota Antonio”, si trasforma inevitabilmente in una piazza.

Esistono ovviamente delle meravigliose eccezioni, un titolo tra tutti è quello semplice ed evidente suggeritoci da un film di Luciano Emmer, Le ragazze di Piazza di Spagna (1952). In questo film, che potremmo definire una commedia neorealista, la piazza diventa protagonista anche nel titolo, le prime scene sono appunto dedicate ad una delle piazze più famose al mondo, che sembra qui diventare un personaggio, sembra assistere ed accompagnare la vita di queste ragazze, sembra aiutarle a crescere ed indirizzare le loro vite. Per un attimo si ha quasi l’impressione che la voce fuori campo sia quella della piazza stessa, che vorrebbe prendere posizione per narrarci i fatti a cui ha assistito, ma ci si accorge dopo poco che, ad assistere a quel che si svolge su quella piazza e a volerci narrare la storia di tre ragazze è un altro personaggio, un professore che tuttavia, a volte, forse spinti dalla prima sensazione, sembrerebbe essere quasi l’incarnazione stessa della piazza.

Che la piazza sia una costante del cinema italiano lo si nota dal fatto che, avvicinandoci ai nostri giorni, resta comunque uno dei luoghi privilegiati dai registi, sia per quanto riguarda la commedia che i film drammatici. Talvolta il cinema ripercorre tragici eventi, omicidi per cui alcune piazze sono diventate tristemente famose, si pensi a Piazza delle cinque lune (2003) ispirato alla vita ed all'efferato omicidio di Aldo Moro, ma anche ad un film come I Cento Passi (2000), in cui si narra la vita di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia proprio nel giorno in cui veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro. In questo film la piazza diventa il luogo della denuncia contro la mafia, dove tramite mostre fotografiche mostrava alcuni affari loschi, sicuro che il messaggio sarebbe arrivato a molti. Anche la radio che Peppino Impastato fondò ben rappresenta il concetto di piazza, vista come uno spazio aperto a tutti e al quale tutti possono accedere, un bacino di informazioni e di vita che non ha eguali. Rimanendo in tema di mafia vorrei ricordare un altro film in cui una piazza diventa lo scenario di una lunga e brutale sparatoria, si tratta di Palermo – Milano solo andata (1995). In questo film la piazza diventa non solo il luogo della tragedia e dell’orrore, ma si trasforma anche in una sorta di gabbia, una trappola, un luogo chiuso e pericolosa dal quale sembra impossibile uscire. Siamo ormai lontani dalle atmosfere di una piazza ariosa e spensierata, tuttavia la mafia e la piazza hanno fatto capolino anche nella commedia più recente. Risale al 2002 il film Nati stanchi che, nel suo piccolo, mostra in una scena iniziale la piazza di un paesino siciliano e, dopo poco, una specie di sfilata del mafioso di turno, che attraversa la piazza sapendo di essere osservato e dimostrando giorno dopo giorno, con quella sua camminata per il centro del paese, quanto il suo potere sia ancora intatto. Bisogna inoltre tener conto che la cultura stessa, in particolare la cultura popolare, passa attraverso la piazza e si diffonde anche grazie ad essa, anche in questo caso molti sono i film che dimostrano l’interazione che esiste tra la piazza e le tradizioni popolari. Si ricordi qui un film del 2000, Sangue vivo, in cui gli eventi sembrano esser guidati dal ritmo insistente che percorre la piazza e, in questo caso, i suoni sono quelli ben cadenzati della pizzica salentina.

I film da prendere ad esempio sarebbero ancora tanti e la necessaria selezione impone di saltare qualche immagine, tuttavia vi sono ancora due film che meritano di essere assolutamente ricordati, il primo è La vita è bella (1997) di Roberto Benigni. La scena del protagonista con la moglie ed il figlioletto in bici ha qualcosa di magico e, anche in questo caso, la piazza è complice di questa magia. Qui il senso di spensieratezza e libertà vive proprio attraverso la piazza, potremmo anzi delineare un percorso graduale verso l’apparente e spensierata libertà: dalle piccole strade attraversate in bici si passa improvvisamente all'ampiezza delle piazze, alla luminosità che le contraddistingue, al senso di comunità e di condivisione a cui già si è accennato.

 

Lungo questo percorso si è tentato di mettere in evidenza quanto la piazza sia stata e sia tuttora importante per il cinema italiano, è come se si fosse tentato di ricucire assieme film di ieri e di oggi, intrecciando tra loro il neorealismo, la commedia e la drammaticità di alcuni film ispirati ad eventi realmente accaduti. Lungo il tragitto ci si è accorti che la piazza accomunava ed intesseva immagini, assumendo di volta in volta colori e sapori diversi, offrendo emozioni e suscitando malinconie d’altri tempi. Credo tuttavia che, parlando di piazza e cinema, non si possa escludere uno dei film italiani più amati al mondo, Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore. In questo film la piazza diventa protagonista, ogni cosa accade sotto il suo sguardo attento e malinconico, è un po’ mamma e un po’ bambina, tutto passa sotto i suoi occhi, tutto va via, tutto scorre, ma la piazza resta lì. Una scena mirabile racchiude in sé e nello stesso tempo capovolge il titolo stesso di questo breve saggio, sto facendo riferimento al momento in cui il proiettore sposta pian piano le immagini dalla cabina di proiezione per portarle lentamente, coraggiosamente verso la piazza, per proiettarle su di essa, laddove tutti possono guardarle ed apprezzarle: quindi non solo la piazza è presente nel cinema italiano, ma è il cinema stesso che cerca la piazza e, in un certo senso, diventa esso stesso piazza.

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